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8) Non era la fine (era un Mentor)

Alessandro.JPG Quando sei una startup non ancora costituita, senza equity, senza una riga di codice funzionante, quello che ti serve davvero non è solo un business plan. Ti serve una direzione. Ti servono occhi esterni, ma attenti. Orecchie che ascoltano anche le cose che non sai dire. Ti serve una persona che abbia già vissuto l'incertezza, che sappia orientarsi senza trasformarsi necessariamente in un altro founder. Ti serve un buon mentor.

E noi lo abbiamo trovato: si chiama Alessandro. All’inizio pensavamo fosse “assegnato dal programma”, come se l’avessero sorteggiato. Poi abbiamo capito che c’è una motivazione vera, dietro certi abbinamenti. Alessandro non ci ha solo accompagnati nel percorso. Ha scelto di restare.

Le fondamenta

Era settembre 2024, eravamo convinti di aver finito. Ci sembrava che l’incubazione fosse un ciclo ben definito: arriva il mentor, ti dà qualche dritta, ti guida tra call, canvas e pitch - e poi via, ognuno per la sua strada. Ma Alessandro no.

Ci scrive. “Se vi va, io vi accompagno anche nella fase successiva. Resto con voi per tutta la fase di incubazione.” Ci abbiamo messo un po’ a crederci, a capire che non era una frase di cortesia. Era una scelta. La sua scelta di investire su di noi, anche senza quote, contratti o clausole di recesso. (Chi ci lavora nelle startup lo sa: non è affatto scontato.)

Il primo consiglio? Spiazzante. Lo ricorderemo sempre.Dobbiamo aumentare il team.” Semplice, diretto, impossibile da ignorare. È stata la prima cosa che ci ha detto Alessandro quando ha deciso di rimanere con noi, con la calma di chi sa che prima o poi ci saremmo arrivati. Eravamo abituati a ragionare “a risorse limitate”, con il freno a mano tirato. Lui ci ha spinto a guardare oltre il momento zero.

Perché costruire un prodotto è anche costruire una squadra. Non per forza grande. Ma giusta. In una startup, le persone non sono solo “ruoli da coprire”. Sono acceleratori o zavorre. Sono le idee che mancano, le domande che ti costringono a rispondere meglio, i conflitti che ti fanno evolvere. Un team non serve solo a “fare di più”. Serve a pensare meglio. Noi, però, non eravamo pronti. Non per mancanza di fiducia, ma per un riflesso tipico di chi ha iniziato in due, facendo tutto: prima capiamo bene cosa stiamo costruendo, poi allarghiamo il cerchio. Quel consiglio ci è rimasto in testa, come un promemoria silenzioso.

Tra un paio di episodi ci ritorneremo, perché il periodo di ricerca del “numero 3” ci ha assorbiti totalmente.

Nel frattempo, un’altra domanda ci stava facendo compagnia, più pratica ma altrettanto esistenziale:

Come spendiamo i soldi del bando?

La cifra non era illimitata, ma sufficiente a darci un margine. E, con quel margine, arrivavano anche responsabilità nuove. Le priorità andavano decise. Subito. Abbiamo iniziato da quello che conta davvero, anche se non si vede: legal & cybersecurity. Due scelte che, agli occhi di chi sta fuori, potrebbero sembrare “accessorie”. Ma per noi, che vogliamo costruire uno strumento per avvocati e giuristi, erano l’unica base possibile. Sicurezza e conformità non sono un plus. Sono la struttura.

E scegliere di investirci da subito, prima ancora di avere un MVP, è stato un modo per dirci: sì, questo progetto lo prendiamo sul serio.

Da lì, è iniziata la parte meno raccontata e instagrammabile del lavoro:

  • ricerca di preventivi;
  • incastri tra tre professionisti, un commercialista e una software house;
  • Gantt che cambiavano ogni 48 ore;
  • fogli Excel aperti fino a tarda notte;
  • budget da ritarare ogni volta che spuntava un imprevisto (spoiler: sempre).

Chi dice che fare startup è cool, non ha vissuto questa parte. Quella in cui cerchi di far quadrare il piano operativo con la realtà. Ma è proprio lì, tra le tabelle e le scelte scomode, che si misura la serietà di un progetto.

Ed è proprio lì che abbiamo cominciato a sentirci più solidi. Non solo perché avevamo un’idea chiara di dove volevamo arrivare: accanto a noi c’era qualcuno che non si limitava a guardarci fare, ma ha scelto di restare.

Grazie Alessandro.

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